Creazione di una Collana permanente di Cartelle d’artista

Le Cartelle d’artista sono curate da Enrica Bruni, direttore della Pinacoteca civica Marco Moretti, e costituiscono pregiati esemplari della Collana “Omaggio ad Annibal Caro”, che ogni anno si arricchisce di una nuova edizione realizzata grazie al contributo di valenti artisti incisori che, di volta in volta, creano opere originali ispirate dagli scritti cariani, interpretati ed illustrati seguendo il loro particolare sentire creativo.

Mostra permanente “Annibal Caro. Il rammemorar m’è dolce in piccola terra”

Si è aperta sabato 15 febbraio 2020, in una sala dedicata alle mostre temporanee della Pinacoteca civica “Marco Moretti” a Civitanova Marche Alta, la mostra d’arte documentaria “Annibal Caro. Il rammemorar m’è dolce in piccola Terra”, poi trasferita e diventata permanente presso la Quadreria della Pinacoteca.

L’inaugurazione, in presenza di tanti ospiti cultori del Bello, è stata preceduta, presso la sala Ciarrocchi, dai saluti delle autorità, dall’introduzione e presentazione della direttrice e curatrice Enrica Bruni e dalle performance canore del Maestro Luigi Gnocchini e del suo coro Ensemble Cinque ottave. Hanno fatto seguito gli interventi dei professori Marcello Verdenelli e Pierluigi Cavalieri e della dott.ssa Mara Pecorari.
Presenti al taglio del nastro la presidente Anai Marche, dott.ssa Pamela Galeazzi e la presidente Unitre Civitanova Marisa Castagna. Per la Soprintendenza Archivistica delle Marche sono intervenuti la dott.ssa Rosangela Guerra e il dott. Luca Zen.
L’iniziativa presenta una ricognizione dei beni artistici, librari e documentali che hanno per soggetto Annibal Caro e le sue opere: ritratti, il bozzetto del monumento firmato Romeo Pazzini, le carte d’archivio e i libri antichi di maggior pregio conservati nell’Archivio Storico del Comune di Civitanova Marche.
L’esposizione è corredata da una cartella storico-artistica-documentaria – Folder -, con interventi critici dei professori Verdenelli e Cavalieri, con uno scritto della dott.ssa Pecorari e uno del direttore della Pinacoteca Civica Enrica Bruni. A corredo, pannelli esplicativi che illustrano la vita del letterato del Cinquecento, le opere letterarie, i documenti d’archivio e un excursus sulla ritrattistica cariana.

La mostra gode del patrocinio dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI), sezione Marche, ed è stata realizzata in collaborazione con l’UNITRE Civitanova.

La Pinacoteca e la mostra partecipano alle aperture straordinarie in occasione della Settimana della Cultura e in occasione di tutti gli appuntamenti MIBAC. Sono previste lectio e visite guidate.
Per informazioni e per prenotare le visite guidate scrivere a info@pinacotecamoretti.it oppure chiamare in orario ufficio la Direzione della Pinacoteca al numero 0733-891019.

Realizzazione logo dell’ Osservatorio del tipo monogramma (lettermark)

Il marchio è stato disegnato dal grafico Riccardo Ruggeri. La versione definitiva del logo e le sue varianti sono state appositamente studiate per soddisfare le diverse necessità di uso e dare una adeguata connotazione all’Osservatorio e alle sue attività culturali. Nelle varianti la sovrapposizione delle lettere A e C sono sempre considerate come un unico componente poichè costituiscono l’elemento caratterizzante il logo.

Sessione dedicata ad Annibal Caro nel convegno ”Archiviamente aperti“, per la settimana internazionale degli archivi # IAW 2019

Sabato 8 e domenica 9 giugno a Civitanova Marche Alta, presso lo spazio multimediale San Francesco, si è svolto il convegno organizzato dal Comune di Civitanova Marche e la sezione Marche di ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana) nell’ambito dell’ “International archives week 2019”, promosso dal Consiglio Internazionale degli Archivi (ICA) e curato dalla dott.ssa Mara Pecorari del direttivo ANAI Marche, in collaborazione con la dott.ssa Enrica Bruni, direttore Pinacoteca Civica “Marco Moretti”, componenti del Comitato scientifico dell “Osservatorio Annibal Caro”.
In occasione del mese cariano, la prima sessione del convegno è stata interamente dedicata ad Annibal Caro. 

Programma:
Introduzione e coordinamento dott.ssa Mara Pecorari (direttivo ANAI Marche).

Saluti autorità.

Intervento del testimonial d’eccezione, il poeta Umberto Piersanti.

Recital della corale Antonio Bizzarri con il M° Luigi Gnocchini.

Prima sessione (10:00-12:45)
“I cassetti delle meraviglie: omaggio ad Annibal Caro per il suo compleanno”.

Pierluigi Cavalieri, docente Istituto Superiore “Filippo Corridoni” di Civitanova Marche- ricercatore indipendente: “Annibal Caro da Civitanova e la sua famiglia attraverso la ricerca di archivio”.
Enrico Garavelli, docente Università Helsinki: “Annibal Caro epistolografo. Ricerche d’archivio, collezionismo, orizzonti digitali”.
Marcello Verdenelli, già docente Università di Macerata: “A far le lettere col compasso in mano”.
Roberto Marinelli, attore: Lettura brani scelti dalle Lettere
Pierluigi Cavalieri: “Il fondo Annibal Caro della Biblioteca Zavatti”.

Seconda sezione: “Pietro Tedeschi a Civitanova Alta” 

Enrica Bruni, direttore Pinacoteca Moretti: “Le pale d’altare della chiesa di Sant’Agostino a Civitanova Alta”.
Roberto Domenichini, direttore Archivio di Stato di Pesaro: “Contributo ad una biografia del pittore Pietro Tedeschi”.


Terza sessione  “Mostra archivio storico parrocchia San Paolo Civitanova Marche Alta”.

Antonio Eleuteri, architetto e responsabile archivio parrocchiale e Gabriele Dondi, restauratore: “Il restauro conservativo dei registri dell’archivio storico parrocchiale San Paolo di Civitanova Alta”.


Quarta sessione “La narrazione archivistica e la promozione del territorio”

Roberto Giannoni, architetto e ricercatore “Le chiese dismesse e la trasformazione di alcuni luoghi sacri a Civitanova”.
Enrica Bruni, “Illustrazione del fondale storico nel teatro Annibal Caro” e visita guidata alla Pinacoteca civica Marco Moretti.

Domenica 9 giugno, visita guidata al Poltrona Frau Museum di Tolentino.

L’immagine parlante

Un vortice di emozioni ci regala la magia del ritratto che per la sua duplice natura d’illusione e aderenza al vero, ondeggiando tra verosimiglianza e rappresentazione, rende eterne le caratteristiche fisiche e somatiche di un individuo e il suo vissuto interiore. Tutto questo lo sapeva bene Annibal Caro (1507-1566) consapevole di quanto fosse importante mantenere vivo il ricordo di se attraverso un ritratto che celebrasse con le sembianze anche lo status sociale e il segno della sua arte, che evidenziasse i caratteri psicologici e parlasse ai posteri della sua anima stabilendo il perfetto equilibrio tra l’exemplar e l’ingenium. Il Caro avrà cercato, e forse ottenuto, dagli artisti conosciuti, (Lettere Familiari), di salvare una sua immagine parlante, ma del nostro geniale e versatile letterato si conoscono solo effigi postume. Il busto scolpito da Antonio Calcagni (1536-1593), oggi presso il Victoria and Albert Museum di Londra, e l’alto rilievo di Giovanni Antonio Dosio (1533-1611), realizzato nel 1566 ad ornamento della tomba nella basilica di San Lorenzo in Damaso a Roma, sono le figure più attendibili, espressive e somiglianti. A questi due modelli si sono ispirati tutti gli artisti che hanno scolpito o dipinto il letterato civitanovese fino ad arrivare alle moderne realizzazioni di Arnoldo Ciarrocchi che fa vivere il Caro, memoria illustre del Cinquecento, accanto a personaggi del passato e del presente, famosi e sconosciuti, amici, familiari, semplici paesani. Ma prima dei ritratti dipinti e incisi da Ciarrocchi, troviamo, presumibilmente del XVII secolo, una effige senile, di autore sconosciuto, conservata nella Pinacoteca civica di Morrovalle e dello stesso periodo l’opera di Alessandro Allori (1535-1607), meglio conosciuto come il Bronzino, oggi parte di una collezione privata. Del XVIII secolo la grande tela conservata nella Pinacoteca civica Marco Moretti di Civitanova Marche, dove il pittore ignoto ritrae l’umanista, rispettando un clicher ormai consolidato. Ancora un busto del Caro lo scopriamo a Roma nel cortile di Palazzo Gaddi e un altro al Pincio, tra quelli che nel 1851 Pio IX volle commemorassero eminenti artisti e grandi letterati. Stessa impostazione iconografica viene adottata dall’artista fermano Giovanni Nunzi (1835-1916) che nel dipingere il fondale del teatro storico di Civitanova Alta, inaugurato nel 1872, celebra  Annibale ritraendolo con Virgilio e Dante, tra  la personificazione del fiume Chienti e gli amorini e le Grazie. Qualche anno più tardi, a Fermo nel 1876, vengono inaugurati i monumenti destinati ad Annibal Caro e a Giacomo Leopardi, entrambi opera dallo scultore Edoardo Tabuchi, su commissione  del conte Alessandro Maggiori. Nel corso del Novecento Domenico Bruschi (1840-1910), nel Palazzo della Provincia di Macerata e Ulisse Ribustini (1852-1944), nella Sala Consiliare nel Palazzo della Delegazione comunale di Civitanova Alta, gli dedicano un medaglione dipinto dove un autorevole Annibal Caro, ormai vicino alla vecchiaia, mostra ai posteri la grandezza dell’uomo che fu. Neoclassico il secondo ritratto, anche questo non firmato, conservato nella Pinacoteca civica di Civitanova che presenta il letterato a mezzo busto, incorniciato nell’ovale creato da un nastro su cui si legge F. ANNIBAL  CARUS DE CIVITATA- NOVA IN PICENO EX PROTOME IN BASILICA S. LAURENTII IN DAMASO DE URBE. La fisionomia e l’iconografia non si discosta dal prototipo manierista: aspetto solenne, occhi vivi, folti capelli, baffi e barba bianchi, austero abito nero sul quale risalta la croce dell’Ordine Gerosolimitano. In occasione delle celebrazioni per il quarto centenario della nascita del più illustre dei suoi figli, Civitanova Alta promuove studi e festeggiamenti e fa realizzare il grande medaglione in bronzo firmato dallo scultore toscano Romeo Pazzini (1852-1924), che viene collocato ad ornamento della facciata di casa Caro con riportato il testo latino che il conte Pietro Graziani, nel 1772, fece incidere sulla targa che è nel cortile interno della dimora e che ricorda che nella casa di Annibal Caro “(…) felicemente abitarono Pallade e le Muse e le Grazie”. Dei primi anni del Novecento, sempre dello scultore Romeo Pazzini, va ricordato il progetto del monumento che si sarebbe dovuto realizzare in onore del letterato e del quale resta il bozzetto in gesso. Qui Pazzini riprende le sembianze iconiche proposte da Antonio Calcagni e da Giovanni Antonio Dosio, al vertice del blocco monumentale sistema la figura intera a tutto tondo di Annibal Caro e illustra in rilievo, nella fascia del piedistallo, quattro momenti della sua vita: Annibal Caro al cospetto di papa Paolo III, nato Alessandro Farnese, Caro e Virgilio, Caro e Pierluigi Farnese figlio di papa Paolo III, la morte del poeta. Anche Pazzini, nel bozzetto in gesso, descrive il personaggio come maturo e prestante uomo di rango,  fiero di esibire la croce dell’Ordine dei Cavalieri di Malta e con un libro in mano emblema della sua arte e dei suoi interessi culturali, segno del delicato compito di segretario e diplomatico a lungo esercitato a Roma per Casa Farnese. L’effige di Annibal Caro che ci viene tramandata è il ricordo che Dosio e Calcagni hanno di lui, l’immagine della persona, ma ancor meglio tramandano la raffigurazione morale, l’essenza del soggetto e come esorta Giovanni Paolo Lomazzo  (1538 –1592), anche per Caro ciò che importa non è rendere le forme distintive del corpo,  ma estrapolare l’essenza del dell’uomo, catturare le sue peculiarità spirituali e morali, manifestare la sua dignità e la grandezza che, trascendendo le fattezze fisiognomiche, annulla il tempo e diventa emblema, exemplum virtutis.

Enrica Bruni

Documenti archivistici e beni librari cariani

conservati nell’archivio storico e nell’antica biblioteca del Comune di Civitanova Marche.

Nel volume 191 della serie delle Riformanze dell’Archivio storico del Comune di Civitanova Marche sono presenti alcune delibere inerenti Annibal Caro. In particolare, con la Delibera del 13 dicembre 1545 il Consiglio generale lo esentò, insieme ai suoi parenti fino al terzo grado, dal pagamento delle imposte, perché grazie alla sua fama e alla sua intercessione presso personaggi illustri Civitanova venne sgravata dalla tassazione di duecento scudi in Camera apostolica, che è l’organo finanziario del sistema amministrativo pontificio. La Delibera del 27 maggio del 1546 ci fornisce testimonianza delle maldicenze che tale beneficio suscitò nei suoi confronti,  che lo indussero  a scrivere alcune lettere di lamentela al Comune, il quale decise di rispondergli a nome pubblico che la Comunità  non si era mai “doluta di lui” ma tutt’altro gli era “sommamente obbligata delle operazioni da esso fatte a suo beneficio ”. Nel Bullarium, compilato nel XVII secolo, con aggiunte successive, sono trascritti numerosi documenti conservati nell’ Archivio storico,  tra cui alcune delle “riformanze”, o modifiche degli statuti, come quella che descrive in volgare, le modalità attraverso le quali si riunivano il Consiglio generale e il Consiglio di credenza, così come stabilito dal Consiglio generale stesso il 26 aprile del 1542. Il  Monitorio del Protonotario apostolico Odoardo Vecchiarelli del 22 marzo 1656, scritto su pergamena e relativo alla riparazione della Chiesa di San Francesco o di Civitanova, reca sul recto la pianta della Chiesa “ con accomodamento dei banchi fatto dai sigg. deputati del mese di maggio 1640 secondo l’ordine del pubblico consiglio”, in cui è ben visibile il posto assegnato ad un discendente omonimo di Annibal Caro. Altre testimonianze rinvenute nell’ Archivio storico del Comune di Civitanova Marche sono relative alle celebrazioni del quarto centenario della nascita di Annibal Caro: tra le altre, la lettera di ringraziamento del Sindaco di Civitanova Marche Stefano Papetti a Giovanni Pascoli per aver accettato di far parte del Comitato allora costituito, datata 9 maggio 1907, una copia del periodico “La Voce delle Marche” , anno XVI, n.7, Fermo, Sabato 16 Febbraio 1907, in cui il conte Francesco Bernetti descrive la struttura di quello che poi diventerà il suo volume illustrato Annibal Caro, in occasione del quarto centenario dalla nascita, Porto Civitanova, O. Oualdesi, 1908. Nel fascicolo è conservata anche una lettera datata 9 febbraio 1907 di un Archivista del Regio Archivio di Stato di Roma che si complimenta per l’iniziativa delle celebrazioni,  il testo dell’ Ordinanza del 14.11.1907 del Sindaco del Comune di Civitanova Marche, “Centenario di Annibal Caro ”, con cui si palesa anche  la decisione di rinvio della realizzazione di un monumento ad Annibal Caro, del quale fu realizzato successivamente solo un bozzetto dallo scultore, ceramista e medaglista Romeo Pazzini. Tra i gioielli dell “Antica Biblioteca”, ospitata presso l’Archivio storico comunale, in un’area riservata sono conservate Opere del Commendatore Annibal Caro:  I Tomi I, II, III, Lettere familiari; il Tomo V, RimeGli Straccioni; il Tomo VI, L’Eneide di Virgilio tradotta in versi sciolti, le traduzioni della Bucolica e della Georgica , edite a Venezia presso la Stamperia Remondini nel 1757 (manca il volume IV delle lettere). Inoltre Apologia degli Accademici dei Banchi di Roma contra M. Lodovico Castelvetro da Modena, Venezia, “a spese” di Antonio Cortesi, 1772; Lettere scelte ad uso della gioventù, Milano, Francesco Pagnoni, 1871. Tra gli altri libri: G. Marangoni, Delle Memorie sagre e civili dell’antica città di Novana, oggi Civitanova nella Provincia del Piceno, Roma, Giovanni Zempel, 1743, dove è stata  trascritta anche la sopra citata Delibera del 1546, pp.375 e 377; G. Cantalamessa-Carboni, Ricerche sulla vita del commendatore Annibal Caro, Ascoli, Luigi Cardi, 1858; G. Recchi, Albero genealogico della famiglia Caro di Civitanova Marche, Civitanova Marche, Tip. Natalucci, 1879 (DOR). Altro gioiello dell “Antica Biblioteca” è un Rituale romano, o sacerdotale, senza luogo di stampa, del XVI secolo, bicolore, musicato, una raccolta di formule per la celebrazione delle varie funzioni sacre, contiene piccole xilografie che esemplificano in modo evocativo e a mò di scenografia i rituali durante le varie cerimonie. La tecnica di stampa adottata per stampare le notazioni musicali è quella dei caratteri mobili componibili e consiste di una doppia, o anche tripla, impressione: prima venivano stampati i righi, normalmente in rosso, e poi le note quadrate nere con i testi e le stanghette verticali di separazione . Questo sistema a due o tre impressioni fu quello maggiormente impiegato per i libri liturgici sino agli inizi del XIX secolo. A conclusione di questa prima ricognizione, non mi resta che auspicare possa continuare lo studio e la valorizzazione dei documenti archivistici e dei beni librari Cariani civitanovesi e dei loro contesti, non solo conservati nell’Archivio Storico Comunale e nell “ Antica Biblioteca”, ma anche presso altri soggetti conservatori, in primis la Biblioteca “Silvio Zavatti” di Civitanova Marche e l’Archivio di Stato di Macerata.

Mara Pecorari

Annibal Caro e Civitanova: le origini familiari, la prima formazione, le relazioni.

Annibal Caro nacque il 6 giugno 1507 a Civitanova, comunità della Marca di Ancona affacciata sul mare Adriatico e compresa  nello Stato della Chiesa. Libero comune dal XIII secolo, Civitanova aveva alternato lunghi periodi di fedeltà alla Chiesa a più brevi periodi di adesione al partito ghibellino, finendo sotto diverse signorie, ultima delle quali quella di Cesare Borgia (1501-1503). Annibal Caro nacque pertanto pochi anni dopo il ristabilimento del diretto governo della Chiesa sulla sua città, ma già nel 1516 essa, per volontà di papa Leone X, fu sottoposta al vicariato di Giovanni Maria Da Varano, duca di Camerino. Civitanova riottenne la propria autonomia nel 1532, per poi perderla definitivamente nel 1551 con l’istituzione del feudo Cesarini. Durante la vita di Annibal Caro la sua piccola “patria” conobbe pertanto diversi mutamenti di status, intercalati da epidemie, carestie, sanguinosi conflitti interni e rovinosi passaggi di truppe. La forma della cittadina era già quella ancor oggi visibile con il giro di mura fatto edificare in parte dal condottiero Francesco Sforza e le due porte dette di Sant’Angelo (oggi Marina) e di S. Paolo (o Zoppa), anche se molti edifici, come le chiese di S. Francesco, S. Agostino e S. Paolo, e la piazza centrale avrebbero conosciuto radicali trasformazioni. Il padre del futuro letterato, Giovan Battista Caro, era un “aromatario” originario di Santa Maria in Lapide di Montegallo (oggi semplicemente Montegallo), comunità appenninica nota per la raccolta e il commercio di erbe officinali. A Civitanova, località in cui risulta residente dal 1504, egli vendeva, oltre a spezie e preparati galenici, stoffe di panno di lana e olio all’ingrosso, inoltre era proprietario di terreni e case, tra cui quella lungo l’attuale corso di Civitanova Alta in cui nacque Annibale. Era pertanto un autorevole esponente del patriziato cittadino e ricoprì a due riprese, nel 1514 e nel 1524, l’importante carica di priore della comunità. Morì nel 1528, forse a causa dell’epidemia di peste che imperversava in quell’anno. Una tradizione vuole che la madre di Annibale sia stata Celanzia Centofiorini, appartenente a una delle casate più illustri della Civitanova del tempo, tuttavia il fatto che non sia mai menzionata nelle diverse lettere inviate dal figlio a familiari e amici, getta un’ombra sulla sua identità. Annibale aveva tre fratelli: Giovanni, Fabio e Girolama. Egli apprese le lingue classiche e l’amore per la poesia da un umanista, Rodolfo Iracinto, o Aracinti (1492-1555), nativo di Monterubbiano (nel Fermano) ma ritenuto da diverse fonti teramano, il quale insegnava a Civitanova grammatica e poesia. Egli sarebbe stato lettore di latino e greco nel 1544, e due anni dopo di “umanità”, nello Studium di Macerata. Secondo Aulo Greco gli autori che Iracinto insegnava a Civitanova erano Virgilio, Orazio, Ovidio, Stazio e Marziale. Nel 1524 lo stesso Iracinto fece stampare ad Ancona un suo volumetto intitolato Iudicium Paridis, includendovi il primo componimento poetico, in lingua latina, di Annibal Caro. Il giovane civitanovese si trasferì a Firenze intorno al 1525 su invito di monsignor Giovanni Gaddi, in qualità di precettore dei nipoti Lorenzo e Antonio Lenzi. Benché non si conoscano le ragioni di tale invito rivolto ad un giovane provinciale così lontano dagli ambienti fiorentini, è assai probabile che sia stato Niccolò Gaddi, vescovo di Fermo dal 1521 a segnalare Annibal Caro al fratello Giovanni Gaddi. Dopo il periodo fiorentino Annibal Caro seguì lo stesso Gaddi a Roma, passando, dopo la sua morte, al servizio di Pier Luigi Farnese (1543). In questi anni egli intrattenne rapporti epistolari con parenti e amici di Civitanova spesso interponendo i suoi buoni uffici con le autorità per far ottenere loro qualche aiuto nelle più svariate circostanze. Ad esempio in una missiva datata 5 maggio 1548, egli segnalava al vicelegato della Marca il caso del figlio di tale Ranaldo “della Salara” il quale era stato condannato a cinque anni di esilio da Civitanova per aver incitato un proprio dipendente a uccidere un pastore che danneggiava la proprietà del padre. Il Caro chiese al vicelegato che consenta al giovane, figlio unico di Ranaldo, di far rientro a Civitanova dopo un solo anno di esilio “per sostentamento di quelli pochi giorni che il padre ha da vivere”. In qualche caso egli svolse un ruolo di pacificatore tra fazioni in lotta tra di loro come quelle dei Tofini e gli Ugolati. Nel 1532 il Consiglio generale di Civitanova bandì dieci membri di ciascuna delle due casate, ma le lotte intestine sarebbero durate ancora a lungo, come si evince da diverse lettere dello stesso Annibal Caro.

Tuttavia egli continuò ad adoperarsi per la loro cessazione e finalmente, il 25 aprile 1542, si firmò la pace tra le due fazioni alla presenza di un notaio e dello stesso Annibal Caro. Si colloca in questo contesto il famoso sonetto dedicato da lui dedicato alla sua città, che egli definisce “patria”.

(Testo tratto da: Annibal Caro, Rime. Aldo Manuzio, Venezia, 1569)

La comunità civitanovese avrebbe espresso la sua riconoscenza all’ormai prestigioso letterato esentandolo, nel 1546, dal pagamento di ogni imposta fino alla terza generazione (tuttavia, morendo celibe, Annibal Caro sarebbe rimasto il solo membro della sua famiglia a godere di tale esonero).  Inoltre, a partire dal 1548, egli fu beneficiario del priorato della chiesa di S. Pietro extra muros a Civitanova. Inoltre egli fu investito del priorato della chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo di Montegranaro. La vicenda matrimoniale di Porzia Caro, figlia di Giovanni e perciò nipote di Annibal Caro, interessa i rapporti amichevoli intrattenuti dal letterato civitanovese con Michelangelo. Porzia Caro sposò infatti a  Civitanova nel gennaio 1555 Ascanio Condivi (1525-1560) già collaboratore del sommo artista e autore di una sua biografia. Originario di Ripatransone, l’anno precedente Condivi aveva deciso di fare ritorno nella sua città natale e di sposare la nipote di Annibal Caro. A Ripatransone Condivi lasciò alcune opere, tra cui il suo autoritratto, prima di morire annegato nel 1574 per un’improvvisa piena mentre attraversava il torrente Menocchia. Annibal Caro si spense a Roma il 17 novembre 1566. I suoi parenti civitanovesi commissionarono un busto in parte marmoreo in parte bronzeo, allo scultore recanatese Antonio Calcagni. L’opera, di notevole valore artistico, fu conservata nella casa dei Caro a Civitanova dal 1572 fino al 1683, ma  in seguito all’estinzione della famiglia Caro passò ai Centofiorini, a loro volta estintisi nei Bufalini di San Giustino (Perugia) alla fine del XVIII secolo. Fu probabilmente allora che il busto entrò nel mercato dell’arte, per finire poi, nella prima metà dell’Ottocento, al Victoria and Albert Museum di Londra, dove si trova tuttora esposto.

Pier Luigi Cavalieri

Annibal Caro fra curiositas e invenzione

Annibal Caro,“Marchegiano e di piccola terra”, secondo la felice definizione data da Giacomo Leopardi nello Zibaldone, è una figura tra le più originali della cultura italiana del Cinquecento; ispirato e raffinato interprete di quella curiositas che animò gli spiriti più moderni, visionari, della cultura umanistico-rinascimentale.

Dopo un apprendistato di stampo umanistico, i suoi interessi conobbero una versatilità non comune, certamente favorita dal suo essere “autodidatta”. Versatilità che lo portò a incrociare lo stile comico che nel Quattrocento aveva trovato nel fiorentino Domenico di Giovanni detto il Burchiello (da cui lo stile “burlesco”) una delle voci più significative. L’articolata produzione letteraria cariana deve essere vista in stretto rapporto con le tappe più salienti della sua vita in qualità di cortigiano e segretario al servizio di alcune tra le più potenti e illustri famiglie del tempo (i Farnese su tutti). A metà degli anni Venti, il Caro è a Firenze nelle vesti di precettore di Lorenzo e Antonio Lenzi, nipoti di monsignor Giovanni Gaddi. Soggiorno che gli permise di entrare in contatto con personalità della levatura di Benedetto Varchi, Pietro Vettori, Francesco Berni. Soprattutto il Berni gli servirà per riannodare il discorso con quella poesia burlesca toscana da cui aveva preso le mosse la sua curiositas letteraria, così come nel Varchi troverà un modello di comportamento linguistico meno normativo, andando al di là di certo tetragono regolismo aristotelico.

Ma è certamente il soggiorno romano (1529-1542), fatto per seguire come familiare monsignor Giovanni Gaddi, ad inaugurare una nuova e intensa stagione letteraria. A Roma entra a far parte dell’Accademia dei Vignaioli e dell’Accademia della Virtù, dove l’esercizio prediletto è ancora una volta quello “burlesco”. Anche il successivo soggiorno napoletano, dove il Caro ha modo di conoscere figure come Bernardo Tasso, Luigi Tansillo, Giovanni Valdes, Bernardino Telesio, si rivelerà particolarmente fruttuoso sotto il profilo culturale, dando alla sua lingua importanti sfumature espressive. Lingua che andò maturando soluzioni sempre più di carattere erotico, in linea con certa vocazione burchiellesca e bernesca di fondo. Opere come la Nasea ovvero diceria de’ nasi (composta nel 1538 in onore di Giovan Francesco Leoni) e il Commento di Ser Agresto da Ficaruolo sopra la prima ficata del Padre Siceo (pubblicata nel 1539), ne sono una testimonianza diretta. In un’epoca in cui si consuma in sostanza lo “scacco” della narrativa italiana, il Caro costruisce, sia pure per tessere, una personale visione del romanzo, guardando sempre più con interesse alla nascente linea del romanzo “picaresco”.

Altro importante capitolo di questo “possibile” romanzo “picaresco” è rappresentato dalla commedia Gli Straccioni scritta nel 1543 quando il Caro era passato al servizio di Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III; commedia tra le più riuscite del Cinquecento in una ambientazione quasi allucinata di un certo mondo romano popolare e un po’ “straccione”, con sullo sfondo il palazzo Farnese, simbolo del potere. Insomma, una tendenza al romanzesco con punte davvero gustose di teatralità, senza percorrere la strada canonica del romanzo, che in Italia tra l’altro mancava. Questa sensibilità quasi rabdomantica proietta il Caro nel cuore dell’Europa letteraria moderna; tratto che si coglie anche nella vasta produzione epistolare, quella che fa delle Lettere Familiari un documento pressoché unico nel suo genere.  In questa rapidissima carrellata di percorsi letterari, non può certo mancare un riferimento all’attività di traduttore. Dopo essersi cimentato nel 1537 nel “volgarizzamento” dal greco de Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista, diventato per le sue intrinseche potenzialità romanzesche un modello della narrativa erotica moderna, il Caro, tra il 1563 e il 1566, si cimenta nel “volgarizzamento” dell’Eneide virgiliana. Ed è qui che dà prova del suo straordinario talento, sottoponendo il volgare italiano a un lavoro di smarcamento dalla lingua latina. Il Caro ridà valore all’esercizio traduttivo, sottraendolo a una letteralità troppo prevedibile, scontata. Da anemica pratica tecnicistica la traduzione diventa un momento di reale invenzione letteraria. Ancora una volta è stato il Leopardi a capire il senso profondo di quella rivoluzione letteraria là dove l’operazione cariana fa in sostanza “parere l’opera non traduzione, ma originale”.

Marcello Verdenelli